Mediazione familiare obbligatoria: il nuovo DDL migliora veramente?

Da facoltativa a obbligatoria, la mediazione familiare è oggetto di grande interesse negli ultimi tempi, grazie al nuovo disegno di legge n. 735. Ad oggi, infatti, le coppie possono scegliere se affidarsi o meno a un percorso di mediazione familiare  prima di arrivare in tribunale.
Per noi mediatori familiari e formatori di nuovi professionisti, suona come una buona notizia, anzi ottima. Sappiamo quanto la mediazione familiare sia una strada che riduce sofferenze inutili alle coppie che si separano, tocchiamo con mano ogni giorno questa realtà.
Dopo aver letto con attenzione il cosiddetto DDL Pillon, abbiamo però rilevato alcuni aspetti critici che secondo noi non migliorano la situazione nella pratica. Il nostro direttore scientifico Franco Pastore - avvocato, psicoterapeuta e specializzato in counselling e mediazione familiare - ha analizzato sia dal punto di vista giuridico che di applicazione alla professione, il decreto. Considerando anche commenti di altri esperti, la discussione si è fatta ricca di spunti. Per questo, da professionisti di lungo corso, ci permettiamo qualche riflessione.

 

Come funziona la mediazione familiare e come si forma un professionista

Partiamo dal lato più tecnico del disegno di legge, cioè ciò che concerne l’aspetto giuridico di regolamentazione e abilitazione alla professione.
Il testo è lungo e non ci soffermeremo su ogni minimo dettaglio, anche perché non è questa la sede adatta. Alcune cose, comunque, hanno senso di essere menzionate, perché in contrasto con alcune norme.

Nell’articolo 1 viene introdotto il concetto di albo dei mediatori familiari, ma non è chiaro a quale ordine dovrebbe far capo. L’ordine dei mediatori familiari, infatti, non esiste e non se ne fa menzione nemmeno nel DDL.
Ma, cosa ancor più importante, un albo sarebbe in contrasto con la legge 4/2013, che sancisce che lo Stato italiano non istituisce più albi professionali come li conosciamo. Lascia, infatti, alle nuove figure professionali il compito di autodisciplinarsi e regolarsi, con associazioni di categoria. Al momento ne esistono già diverse sul territorio nazionale e lavorano con l’obiettivo comune di regolamentare in maniera chiara e univoca la professione di mediatore familiare.

Altro aspetto non chiaro lo riscontriamo quando parla di 350 ore contro le 320 previste adesso per un corso di formazione in mediazione familiare. La norma UNI 11644 del 2016, infatti, stabilisce che le ore di formazione per un corso di mediazione familiare debbano essere 320. Significa che verranno richieste più ore, ma non viene specificato se teoriche o di pratica e tirocinio. O se ci siano degli argomenti di maggiore interesse da introdurre, per esempio.

Più avanti, leggiamo che il DDL fa riferimento alle Regioni come responsabili di certificare che un ente formativo sia in regola o meno, per istruire nuovi professionisti del settore.
Ci chiediamo quindi: che competenze hanno le Regioni per poter dire che una scuola di formazione va bene e un’altra no? Oltretutto, già anni addietro la Corte Costituzionale aveva bocciato alcune Regioni che avevano compilato degli elenchi di professionisti con particolari caratteristiche, come a certificarli. La sentenza 131/2010 ha stabilito che un’eventuale regolamentazione di enti formativi e professionisti in grado di formare e svolgere la professione, appunto, sia appannaggio dello Stato e non delle Regioni.
Anche questo elemento, dunque, va chiarito.

Queste sono solo alcune delle controversie che rendono questo DDL poco chiaro sul piano tecnico, ma anche sulla figura del mediatore familiare stesso. Vediamo in che senso.

 

Direttività e giudizio: non sono caratteristiche della mediazione familiare

Opinione diffusa sul nuovo DDL è quella che sia coercitivo e direttivo. Che vuol dire?
Significa che la mediazione viene vista come una costrizione per tutte le coppie che si separano e che il mediatore familiare si comporti in maniera direttiva verso i clienti. Dovrebbe, quindi, consigliare come agire ai coniugi che si separano.
Come forse già sapete, Mediare utilizza un metodo ben diverso nella mediazione: attinge agli strumenti del counselling per accompagnare la coppia nel confronto. Ciò significa che, proprio come il counselling, la mediazione familiare è non-direttiva.
Il mediatore familiare usa l’ascolto attivo per capire gli equilibri e le esigenze della coppia. Dopodiché, adotta gli strumenti adeguati alle diverse situazioni coniugali, per portare i coniugi a chiarire e decidere in maniera autonoma cosa sia meglio per il nuovo assetto familiare da separati.
Il mediatore familiare non consiglia, non dà pareri, non suggerisce. Soltanto le famiglie conoscono le proprie situazioni, tutte diverse e singolari. Il mediatore ha il compito di ridurre il conflitto, far cessare le ostilità e riportare i partner a un dialogo costruttivo, empatico e collaborativo. Quando è capace di condurre i coniugi in questo terreno, non ha necessità di dare nessun suggerimento. Questo è l’unico modo che garantisce che i rapporti possano essere gestiti nel lungo periodo, cosa che interessa ai mediatori per primi.
La mediazione familiare non interviene sul fatto singolo (la separazione), ma su come comportarsi l’un l’altro nella nuova relazione da separati. Come porsi coi figli, come collaborare nel loro interesse anche non vivendo più assieme. Non sostituisce avvocati e giudici, aiuta le coppie a ritrovare un dialogo e un’empatia perduti, in modo che arrivino dai legali e dai giudici più sereni e consapevoli.

Fatte queste considerazioni, ci soffermiamo su una figura introdotta nel DDL, che ha destato la nostra curiosità: il coordinatore genitoriale.
In breve, è una figura che avrebbe una specifica formazione, responsabile di stilare un piano genitoriale e di intervenire qualora non venisse rispettato. Intervenire come? Prendendo decisioni in luogo dei genitori, pare di capire dal testo del DDL. Torniamo alla direttività del mediatore familiare, che qui assume quasi i contorni di un giudice. Il DDL specifica che questa figura deve essere psichiatra, neuropsichiatra, psicoterapeuta, psicologo, assistente sociale, avvocato. Oppure essere un mediatore familiare già formato.
Nella nostra esperienza, un mediatore familiare è già perfettamente in grado di gestire i coniugi e portarli, di conseguenza, a saper decidere per il bene dei propri figli. Perché aggiungere questa ulteriore figura? Appare come un ennesimo controllore, più che un facilitatore dei rapporti familiari post separazione.

 

E i figli?

Infine qualche considerazione sul tanto nominato affido condiviso dei figli. Il DDL Pillon, sulla carta, intende favorirlo anzi incentivarlo. Le intenzioni sono ottime, certo, ma cosa ci dice in merito?
Partiamo dal presupposto che, come mediatori familiari, siamo senza dubbio convinti che i figli debbano avere a disposizione entrambi i genitori il più possibile anche dopo la separazione. Fatto salvo per casi gravi, i bambini e i ragazzi hanno necessità di entrambe le figure e la mediazione ha come obiettivo proprio quello di costruire una relazione migliore tra i genitori in funzione, anche, della gestione dei rapporti coi figli. Dopo questa doverosa premessa, torniamo al DDL.
Leggiamo di almeno 12 giorni al mese come durata minima da passare con entrambi i genitori. Siamo scettici rispetto a questa quantificazione così rigida. In primis perché torna il concetto di direttività discusso poco sopra: la mediazione familiare non decide come farebbe un giudice. Non può dare per certo, a priori, che ci debba essere un tot di tempo obbligatorio da passare con tutti e due i genitori, perché questo compito spetta esclusivamente ai genitori e ai figli, che insieme decidono cosa è meglio per il proprio equilibrio.
In secondo luogo, conta la qualità del tempo passato coi figli. Suona come una frase banale, ma è davvero così. E questo, siamo certi anche per l’esperienza che abbiamo, è qualcosa che preferiscono anche i genitori e i figli di genitori separati.


Mediatore familiare, avvocato e giudice hanno ruoli ben diversi

In ultimo, ci soffermiamo sulla possibilità per il giudice di omologare o meno l’accordo di mediazione in sede di tribunale, senza convocare i coniugi che si separano. In sostanza, il giudice può emettere una sentenza su una separazione, basandosi su un accordo di mediazione familiare e senza sentire in udienza i diretti interessati.
Il principio è quello di snellire tempi e pratiche di separazione. Lodevole, senza dubbio, ma… ci pare, ancora, che ci sia confusione sui ruoli di mediatore familiare, avvocato e giudice.
Il mediatore familiare lavora sulla ristrutturazione della comunicazione tra coniugi, li riporta su un piano empatico. Si occupa della parte emozionale del rapporto, in funzione del raggiungimento di un equilibrio e, anche, di un accordo post separazione. L’avvocato lavora sul piano giuridico, facendo sì che l’equilibrio raggiunto con la mediazione diventi un atto legale da sottoporre a un giudice. Infine, il giudice valuta la bontà di tali accordi e atti sulla base delle leggi vigenti e delle situazioni delle singole famiglie, prendendo in considerazione le testimonianze dei diretti interessati.
Tutti lavorano per lo stesso obiettivo: aiutare le coppie a separarsi in maniera consensuale, serena e con un occhio di riguardo alla gestione dei figli minorenni. Ognuno ha, però, il suo compito e la sua specificità, come è giusto che sia.
Temiamo che questo DDL cucia addosso al mediatore delle funzioni da avvocato o perfino da giudice. Il mediatore familiare per aver ragion d’essere e lavorare con efficacia, fa ben altro: è un esperto in relazione d’aiuto, che accompagna le coppie a costruire una nuova e sana relazione, anche dopo un trauma come la separazione.

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